Archivio per maggio, 2011
Ooh! Aah! Cantona! il capolavoro di Alex Ferguson
Pubblicato da Marco Chiesa

Sir Alex Ferguson ha vinto per la dodicesima volta il campionato inglese, e tra pochi giorni sfiderà nuovamente il Barcellona nella finale di Champions League, competizione europea che ha già vinto in due occasioni. Il tutto sempre alla guida del “suo” Manchester United Football Club, società sportiva inglese che gestisce come manager/allenatore da ben 25 anni.
Ma quale è stato l’evento che ha sancito di fatto questo lungo matrimonio, così ricco di trionfi?
Io ritengo che il punto di svolta della sua carriera a Manchester sia stato l’aver fortemente voluto Eric Cantona: la scelta di Ferguson è stata talmente azzeccata che i tifosi del Manchester United hanno recentemente eletto il francese “giocatore del secolo” tra quelli che hanno militato nel club.
Non male considerando che Cantona non ha alzato alcuna Coppa dei Campioni. Eppure nei cuori dei tifosi dello United al primo posto c’è lui, “The King“.
Ed Alex Ferguson è stato l’artefice di questa splendida favola, creando così un legame inossidabile con società e tifosi.
Raccontiamo quell’evento, torniamo indietro di un bel po’… Alex Ferguson è alla guida dello United dal novembre 1986. Ha forse “salvato la panchina” vincendo il primo trofeo tre anni dopo, la F.A. Cup del 1990 (anno in cui molti tifosi lo contestavano, auspicando il suo licenziamento); l’anno seguente trionfa in Europa vincendo la Coppa delle Coppe, tuttavia la sua squadra non riesce a vincere il campionato inglese, un’ossessione, visto che il titolo inglese manca dal 1967.
Nel novembre del 1992 il manager scozzese è alla ricerca di un attaccante, e riesce ad acquistare dal Leeds United il “problematico” attaccante francese Eric Cantona per soli 1.2 milioni di £. Un affare? L’Affare!
Sei mesi più tardi i due festeggiano il tanto agognato titolo inglese, quello che sarà il primo di una lunga serie (sette nei successivi dieci campionati), ponendo fine ad un’attesa durata a Manchester 26 lunghi anni.
Voglio raccontare di come il manager scozzese riuscì nella non facile impresa di gestire il fuoriclasse francese, dal carattere indomabile, fino al suo volontario ritiro dal calcio giocato, avvenuto alla giovane età di 30 anni. Per farlo mi avvalgo delle pagine dell’ottima biografia “The Boss” di Michael Crick:
Ferguson era un allenatore severissimo con tutti i giocatori, pretendeva il massimo della puntualità, del decoro (tutti dovevano essere rasati), e non si riservava certo di strillare e riprendere anche in maniera verbalmente violenta chicchessia.
Ma il manager dello United riuscì dove diversi colleghi avevavo fallito in precedenza, comprendendo sin da subito che Cantona fosse un talento raro, che pertanto andasse gestito come tale.
Ai primi tempi nel Manchester gli altri giocatori dello United si risentirono, visto che Ferguson concesse al francese un trattamento da favorito: gli era concesso di presentarsi tardi agli allenamenti o a prendere il pullman della squadra; non era tenuto a rispettare il codice d’abbigliamento della squadra e spesso si presentava non sbarbato. Inoltre Ferguson lo riprendeva raramente: Paul Ince una volta sbottò platealmente puntando il dito al compagno ed urlando al mister “a lui non urli mai!”. Analogamente Lee Sharpe ricorda come ad una serata ufficiale al Municipio di Manchester, a cui la squadra doveva presenziare, Ferguson impose al team di andarci vestiti molto elegantemente, ma Cantona si presentò in jeans e t-shirt.
“L’aspetto geniale della storia” racconta un membro interno allo United “fu che Fergie sapeva che se avesse trattato Eric con regalità, lui avrebbe iniziato a giocare come un Re, e che automaticamente tutti i calciatori avrebbero accettato che il loro re venisse trattato un po’ differentemente”.
E questo informatore continua: “Una volta che Eric realizzò di essere rispettato ed amato da Fergie, iniziò a seguire il modello imposto da Ferguson senza che gli venisse detto! Lo fece per reciproco rispetto. Iniziò ad arrivare agli allenamenti in orario, radersi puntualmente, non venne mai in ritardo a prendere il pullman, alle volte arrivava pure in anticipo. Fu strabiliante – un totale cambiamento. Alla fine ognuno fu contento della situazione. Questo fu una fenomenale prova di “man management“. Devi sapere come fare per trattare diversamente alcuni giocatori senza perdere il supporto e la stima degli altri. Lui sapeva che poteva rischiare con Cantona, e che i giocatori l’avrebbero infine accettato.”
Sponsor e ricavi Serie A 2009/2010
Pubblicato da Marco Chiesa

L’ “Annuario delle Sponsorizzazioni Sportive” è un’analisi condotta periodicamente da StageUp – Sport & Leisure Business che presenta dati relativi alle sponsorizzazioni nella Serie A italiana di calcio.
Ne emerge che le società sportive di Serie A, durante la stagione 2009/2010, hanno incassato mediamente 11 milioni di euro dalle sponsorizzazioni, con una leggera flessione rispetto alla stagione precedente.
I ricavi derivanti dagli sponsor ammontano al 12,9% del fatturato. Per quanto concerne la stagione in corso, i settori da cui provengono i maggiori incassi sono trasporto aereo, scommesse sportive e industria automobilistica.
Puoi leggere il comunicato stampa seguendo il link in alto.
Lo sport che unisce: INTERVISTA a Fabrizio Ferreri di Sportiamo
Pubblicato da Marco Chiesa

In uno dei precedenti post, quello che presentava il progetto We-Sport, si era già accennato al progetto Sportiamo – lo sport che unisce, che ha trovato subito il mio interesse. Ne parliamo con l’ideatore, Fabrizio Ferreri, il quale ci tiene a segnalare un’altra startup italiana di cui fa parte, urli.st, applicazione per creare e condividere liste di link.
In cosa consiste il progetto Sportiamo? Quando è nato e che obiettivi si pone?
Sportiamo è un progetto nato tra la fine del 2010 e l’inizio di quest’anno, ed è una costituenda impresa sociale sul diritto allo sport per tutti e sull’educazione e integrazione dei giovani attraverso lo sport, con implementazione del progetto anche on-line.
Sportiamo sviluppa la propria attività lungo un duplice canale:
a) sul territorio, “off-line”;
b) “on-line”, grazie alla partnership strategica con We-Sport.com.
a) Sportiamo promuove lo sport, in particolare gli sport minori, nei quartieri disagiati delle città come strategia di inclusione sociale e alfabetizzazione relazionale di bambini e adolescenti svantaggiati. L’attività è organizzata sul territorio attraverso l’erogazione di due profili di corsi, con target e caratteristiche specifiche:
1. Corsi gratuiti per bambini e adolescenti “svantaggiati” (condizione di disagio relazionale, comportamentale, economico, fisico, etc..); questa tipologia di corso prevede:
- il maestro del corso ha una specifica preparazione nello sport con funzione sociale
- la presenza a fianco del maestro del corso di un educatore esperto
2. Corsi a pagamento per bambini e adolescenti che non presentano particolari problematiche e provengono da famiglie con capacità di spesa; questa tipologia di corso prevede:
- il maestro del corso è un ex-campione della disciplina in questione attualmente in situazione di difficoltà occupazionale.
b) Grazie alla partnership con We-Sport.com, l’innovativo social network degli sportivi in cui è possibile trovare compagni con cui fare sport o partner per l’allenamento attraverso la geolocalizzazione, Sportiamo è attiva anche su web.
La partnership è mirata alla creazione e allo sviluppo sulla piattaforma We-Sport.com di un’area specificamente dedicata allo sport sociale, con un focus diretto ai soggetti “svantaggiati” (disabili, bambini e ragazzi “a rischio”, ecc..) e alle molteplici realtà che si occupano di sport sociale (Associazioni, Fondazioni, Federazioni sport disabili, Società Sportive dilettantistiche…).
L’obiettivo, in linea con gli scopi della piattaforma We-Sport.com, è facilitare l’attività sportiva e la relazione tra chi è appassionato di sport, in particolare di tutti coloro che per molteplici ragioni di disagio incontrano grandi difficoltà di accesso alla pratica sportiva.
Hai giustamente parlato di territorio. Ecco, non credi che anche le società sportive più grandi dovrebbero guardare meno ai nuovi stadi+centro divertimenti ed operare maggiormente in ottica sociale nel proprio territorio?
Io credo che i due vettori di attività non siano in opposizione, ma si completino, siano cioè complementari. Le grandi società sportive operano in ottica prevalentemente di business, devono assicurarsi determinati ricavi per poter proseguire nell’attività. Il punto è non sganciare gli obiettivi di business dalla realtà prossimale che rappresenta il contesto del mio business.
Se costruisco uno stadio in un territorio lontano dalla pratica e dalla cultura sportiva, e non mi impegno anche per rivitalizzare quell’impegno e quella cultura, magari mettendo a disposizione i locali dello stadio per l’attività di società sportive amatoriali e senza scopo di lucro (è solo un esempio), quello stesso stadio nel medio-lungo periodo sarà una voce in perdita.
Il senso del mio discorso è che l’attenzione al territorio non è meritoria soltanto in sé (questo è scontato, e non è necessario sottolinearlo), ma è anche la premessa per un business sportivo ben impostato.
Chi nello sport opera ad alti livelli, mondo istituzionale, grandi realtà sportive, etc… (il discorso potrebbe essere generalizzato anche ad altri ambiti), dovrebbe promuovere e riattivare le risorse disponibili del territorio, perché è la vitalità del territorio la base migliore per un business prospero e di lunga durata.
Come? Che attività o iniziative intraprendere?
Io credo che in ogni grande iniziativa imprenditoriale legata allo sport debba essere integrato un progetto/programma di incentivo e rafforzamento dello sport di base, mirato in particolare a quelle categorie che hanno difficoltà di accesso alla pratica sportiva.
Se le iniziative vengono pensate e costruite guardando soltanto ad un’utenza e a un target privilegiato, di medio-alto profilo, alla lunga si determina un effetto di strozzamento della spinta a vivere e praticare lo sport.
Lo sport si alimenta dei calci ad un pallone dati all’angolo di una strada ed è qui, avendo cura e attenzione per tutto quanto si muove negli interstizi del sociale e come dire “sotto-traccia”, che bisogna concentrarsi per diffondere concretamente una vera cultura dello sport.
E questa cultura non va pensata come una cosa fine a se stessa, è anche, ribadisco, funzionale e condizione indispensabile per poter edificare intorno allo sport un sano e durevole comparto del business italiano.


