Modello Londra

Stadi di proprietà, banche coinvolte, marketing, diritti tv: la Premier League fa scuola. Ma anche francesi e tedeschi fanno meglio di noi. Ecco come

copertina L'espresso calcio flop

Calcio italiano e football europeo? Un confronto impari. Del “campionato più bello del mondo” ormai vantiamo solo il nome. Presentiamo in bella mostra tutti i difetti continentali (soprattutto sul fronte dell’indebitamento) senza portare in dote alcun pregio. E’ la fotografia amara di un sistema, quello tricolore, che deve essere completamente rifondato.

Il problema violenza negli stadi è ancora tutto da risolvere, la stragrande maggioranza dei bilanci è in rosso, il marketing è spesso asfittico, gli impianti di gioco sono in mano ai Comuni e lo sviluppo dei vivai più volte proclamato, è spesso solo facciata. Il quadro generale non è dei migliori ed è sintetizzabile con un dato che non consente repliche: circa 2 miliardi di euro di indebitamento con il sistema finanziario. I conti sono in rosso da tempo e la leva delle plusvalenze serve appena a non allargare il divario con il calcio europeo.

Il modello di riferimento in ambito europeo, soprattutto sotto il profilo marketing, è la Premier league inglese. La massima serie inglese è fortemente indebitata (3,4 miliardi di euro) ma, a differenza dell’Italia, questa situazione è collegata al cambio gestionale in sella ai club (due terzi delle società non sono più in mano ai proprietari inglesi) e, solo in parte, all’acquisto dei giocatori di grido.

A differenza del mercato tricolore quello del Regno Unito ha messo sul piatto delle banche (tra queste Royal Bank of Scotland è quella più coinvolta nel business del pallone) una serie di asset di assoluto valore. I 20 club di Premier sono tutti titolari degli stadi (in Italia ad aprire le danze sarà la Juventus, ma non prima del luglio 2011), le sponsorizzazioni nonostante il periodo di crisi costituiscono più del 30 per cento delle entrare e il merchandising è una leva in crescita, grazie anche alla diffusione dei marchi all’estero, con particolare attenzione all’Asia e al Medioriente. In Inghilterra il sistema bancario non ha problemi a investire nel calcio, perché considera i club professionistici come dei veri e propri brand di largo consumo, nel nostro Paese invece gli istituti di credito pagherebbero pur di uscire dal sistema (un caso per tutti Unicredit, che, post fusione, ha ereditato gli “impegni calcistici” di Capitalia), proprio perché non considerano il pallone come un’industria, nonostante il volume di affari della prima divisione sia di 1,4 miliardi di euro.

A rafforzare la posizione della Premiership c’è anche il nuovo contratto firmato nel settore dei diritti tv. BSkyB, che trasmette i gol del campionato britannico dal lontano 1992, si è aggiudicata 92 partite all’anno fino al 2012/13 per un miliardo di euro (ha acquisito cinque dei sei pacchetti disponibili), cui bisogna aggiungere i 173 milioni a stagione della BBC per il terrestre.

L’Italia, con il passaggio alla contrattazione collettiva dei diritti tv (a partire dal 2010), è pronta a rispondere con il contratto milionario che la Lega Calcio ha stipulato con l’advisor Infront: 900 milioni di euro di minimo garantito per sei stagioni (il totale sarà pari a 5,4 miliardi). Una cifra record che aiuterà molti presidenti a ripianare i debiti, con la speranza che, almeno una parte, finisca nel settore giovanile e nello sviluppo delle strutture.

Più concreto, sotto il profilo finanziario, è il modello del campionato tedesco. Vanta un valore di produzione vicino a 1,4 miliardi di euro. Nell’ultima stagione ha potuto contare su stadi riempiti al 90 per cento della capienza e su un utile di gestione di 250 milioni di euro (grazie anche allo sviluppo dei naming rights degli stadi, cioè i diritti acquisiti dagli sponsor per chiamare col proprio nome l’impianto sportivo, che generano più di 40 milioni annui). Un risultato che farà piacere al presidente dell’Uefa Michel Platini, pronto in autunno a lanciare il progetto del fair play finanziario. Concetto, invece, poco gradito allo sceicco arabo Mansour, proprietario del Manchester City attraverso il fondo sovrano emiratino Adug (ha speso 220 milioni di euro segnando sei dei dieci colpi più importanti del calcio-mercato inglese), o ancor più a Florentino Perez, numero uno del Real Madrid. Le Merengues infatti hanno monopolizzato l’attenzione del sistema calcio europeo. Solo considerando i cartellini di Kakà e Cristiano Ronaldo si superano i 158 milioni di euro di investimenti, ma, in appena un mese, dallo sfruttamento del merchandising sono arrivati 40 milioni di euro di incassi.

Un ulteriore segnale di pericolo per il nostro campionato arriva dalla Francia. Il campionato transalpino è al quinto posto per ricavi tra quelli europei, ma entro il 2014 sono previsti investimenti pari a 1,55 miliardi di euro. Verranno realizzati 12 stadi di terza generazione ed altre sei strutture saranno rinnovate, interessando anche club di seconda divisione (l’equivalente della nostra serie B). L’Olympique Lyonnais, sette volte campione di Francia negli ultimi otto anni, ha previsto un budget di 250 milioni di euro (L’ OL Land, un’area di 51,5 ettari sarà inaugurata entro il 2012) e i ricavi da stadio verranno reinvestiti nel settore giovanile e in nuovi colpi di mercato.

L’Italia ha proprio negli stadi il tallone d’Achille. Persa l’opportunità di utilizzare ben 800 milioni di euro per gli Europei di calcio del 2012 (vinti a sorpresa dalla Polonia e dall’Ucraina), il vero nodo da sciogliere è quello del rapporto promiscuo con le municipalità, proprietarie del 99 per cento degli stadi di calcio.

I comuni hanno proprio nei club i principali clienti. Perderli equivale ad andare in rosso nella gestione degli impianti, perché non esistono, tra l’altro, manager specializzati nello sfruttamento commerciale di queste aree. Bisognerebbe importarli dall’estero, ma i Comuni non sono in grado di investire in questo settore e non vogliono rinunciare al loro cliente più ricco (ovvero le società di calcio). Ecco che allora i presidenti, per tenere calme le piazze, sfornano periodicamente progetti e plastici avveniristici, ma il primo mattone, ad eccezione della Juventus, non viene ancora posto. Una seconda ragione è che nei prossimi tre anni è previsto un forte turn-over in vetta alle società di A e B. Non c’è interesse quindi a investire in progetti che produrranno benefici solo per chi verrà dopo. Una visione miope, ma perfettamente in linea con l’approccio italiano alla soluzione di molti problemi, e il calcio è da sempre lo specchio, nel bene e nel male, della nostra società.

Autore: Marcel Vulpis – www.sporteconomy.it (articolo originale in L’espresso N. 34 anno LV – 27 agosto 2009)

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